Lombardia, Varese

LA TOSCANA LOMBARDA

Circa 140 km, più altrettanti perchè mi sono perso 30 volte

La provincia di Varese è quel posto in cui una località con due stelle sulla guida verde del Touring non è indicata sul cartello di uscita della tangenziale.
Sai mai che qualcuno da fuori voglia venire a dare un occhiata. Magari persino un – Dio ce ne scampi – Meridionale…
Ma per fortuna il vostro Motografo di fiducia (che essendo nato a Milano per i Varesotti è un Meridionale) è qui per rimediare dandovi tutte le indicazioni del caso.
Per raggiungere Castiglione Olona – da Milano – dovete Prendere la A8 uscendone a Gazzada per poi rientrare immediatamente in autostrada sulla A60 (occhio: non ha i caselli ma si paga) in direzione di Gazzada/Ponte di Vedano fino a Vedano Olona.
Uscite e, alla rotonda, proseguite sulla Varesina (SP233) in direzione Milano/Tradate.
Fate ancora qualche kilometro e, finalmente, ecco Castiglione.
Non c’è di che.

Ok, ma voi vi starete chiedendo cosa diavolo abbia di così straordinario Castiglione Olona per meritarsi due stelle sulla Guida Verde della Lombardia.
Per capirlo bisogna tornare al 1425 quando il Cardinale Branda Castiglioni, un arzillo 75enne protagonista delle principali vicende spirituali e temporali del suo tempo, torna al suo paesello natale nella Valle dell’Olona e lo trasforma in pochi anni nel primo centro dell’architettura umanistica e rinascimentale in Lombardia.

Borgo - Arco

Per rendersi conto di ciò di cui stiamo parlando bisogna tener conto del fatto che in quel momento la cupola del Duomo di Firenze non era ancora terminata, Leon Battista Alberti e il Filarete avevano 20 anni o poco più mentre Bramante e Leonardo non erano nemmeno nati.
L’architettura lombarda in quel periodo è ancora pienamente medioevale. I grandi capolavori della versione locale del gotico sono, si può dire, ancora moderni. Il Duomo di Milano è appena all’inizio della sua vicenda costruttiva (conclusa solo negli anni ‘30 del ‘900), tanto che l’altar maggiore è stato consacrato, proprio da Branda, solo sette anni prima.

È in questo contesto che Branda inizia il suo programma di riedificazione e infatti la Collegiata – il primo degli edifici voluti dal Cardinale – ha ancora un aspetto sostanzialmente medioevale, con la sua facciata a capanna su cui si aprono monofore ancora a sesto acuto.
Eppure già il portale di ingresso – datato 1428 – inizia a parlare una nuova lingua grazie alla sua lunetta a tutto sesto che richiama, alla mia mente di profano, le architetture che fioriranno a Milano 50, anche 100 anni dopo.

Collegiata - Facciata

Ma se la struttura è ancora fondamentalmente gotica, è il suo apparato iconografico a fare un balzo in avanti aprendo, nei fatti, il Rinascimento lombardo.
Le opere di Paolo Schiavo, del Vecchietta e soprattutto il ciclo della Vergine di Masolino da Panicale – protegée di Branda che lo aveva conosciuto in Boemia – portano in Lombardia la prospettiva, la composizione spaziale e la ricerca dell’illusionismo dei maestri della pittura Toscana del tempo.

Collegiata - Scene della vita della Vergine - Masolino da Panicale

È sempre Masolino ad affrescare il battistero annesso alla chiesa.
Sebbene molto rovinato – specialmente sulle pareti nord e ovest – il ciclo di affreschi sulla vita di Giovanni Battista dimostra tutta la maestria e la novità della pittura di Masolino.
Il Battesimo di Cristo, al centro vale da solo il prezzo del biglietto (6€, più altri 6 per il biglietto fotografico).

Battistero - Battesimo nel Giordano - Masolino da Panicale

Battistero - Figura di moro - Masolino da Panicale

Nei pochi anni tra l’avvio dei lavori della collegiata (1425) e la morte di Branda (1443) Castiglione è un cantiere continuo che neanche Milano prima di Expo 2015.
Il palazzo, prima di tutto. Su una struttura trecentesca Branda fa edificare un nuovo corpo caratterizzato da un decoro geometrico e da una delicatissima loggetta da cui si domina la piazza centrale del paese.

Palazzo Branda - Facciata

Il palazzo è stato grandemente rimaneggiato nei secoli (notevole una sala con affreschi neogotici di inizio ‘900 nella zona della quadreria), ma nella loggetta e nelle sale note come la camera da letto e lo studio del Cardinale gli affreschi originali quattrocenteschi sono perfettamente conservati e sorprendono per la grazia e la potenza.

Palazzo Branda - Natura Morta - Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta

Palazzo Branda - Camera da letto 4

Gli affreschi a tutta parete, dal soffitto al pavimento, mi stupiscono sempre e quello della camera da letto (dove probabilmente Branda non dormiva affatto) è particolarmente impressionante. La fascia principale è, ai miei occhi, di una modernità incredibile grazie all’effetto “cut-off” dato dagli alberi neri, bidimensionali, che si stagliano su un rosso brillante incredibile.

Palazzo Branda - Camera da Letto 5

Ma il gioiello vero è nella piccola stanza accanto, lo “studio”: Sopra a due splendidi mappamondi seicenteschi, è di nuovo Masolino da Panicale a strappare gli applausi con il suo paesaggio montano (o paesaggio ungherese) del 1435.

Palazzo Branda - Paesaggio montano - Masolino da Panicale

Oltre alla collegiata e al palazzo Branda fece costruire fortificazioni, un ospizio per i poveri, una scuola di musica e grammatica, altre residenze per i suoi parenti, tutto in uno stile coerente che rese Castiglione straordinariamente simile ad una cittadina toscana coeva.

Chiesa di Villa - San Cristoforo - (Scuola di) Jacopino da Tradate

È proprio sulla piazza, esattamente davanti alla splendida loggetta del palazzo cardinalizio, che si trova la più impressionante testimonianza di modernità architettonica del borgo lombardo.
Se il palazzo e la collegiata stupiscono soprattutto con la decorazione pittorica, infatti, la Chiesa di Villa lo fa con forme inusuali che mescolano una evidentissima influenza fiorentina (si ipotizza una consulenza del Brunelleschi stesso) con stilemi della tradizione lombarda.

Chiesa di Villa - Sant'Antonio Abate - (Scuola di) Jacopino da Tradate

E chi può essere l’artefice di questa costruzione?
Bravi. Il solito Masolino da Panicale stavolta veste i panni di architetto coadiuvato da Matteo Raverti, autore delle statue ciclopiche (i santi Cristoforo e Antonio abate) che sorvegliano il grande portone d’ingresso e vigilano sulla piazza dove, mentre visito il paese, stanno allestendo il concerto della banda.

Chiesa di Villa - La Vergine delle Grazie - Galdino da Varese

Stavo quasi per andarmene senza visitare il [MAP] Museo di Arte Plastica, che sospettavo cagata pazzesca, ma ho fatto bene a cambiare idea.
È stata la tirchieria a convincermi. Nel biglietto del Palazzo del Cardinale (3€) è compresa la visita al Museo, e non vorremo mica buttar via un ingresso ormai pagato, no?

La sede è un piccolo palazzo a poche centinaia di metri dalla piazza, appartenente a un ramo cadetto della famiglia Castiglioni. La decorazione delle pareti della parte bassa del grande ambiente centrale, quasi un clone di quella della camera da letto del Cardinale, testimonia il profondo legame tra i due palazzi, ma le sale oggi sono usate per rendere omaggio a un’arte molto più moderna.
Castiglione è sede di un’industria plastica (la Mazzucchelli) che tra il ‘69 e il ‘71 organizzò delle residenze artistiche per sperimentare, assieme ad alcuni tra i più grandi artisti del tempo, le potenzialità della plastica come materiale scultorio.

MAP - Boule sans neige 2

Tante opere sono, onestamente, banalotte.
O meglio, a me che sono abbastanza critico nei confronti di tutta l’arte influenzata dalla Pop Art e dall’idea della riproducibilità meccanica delle opere sembrano banalotte.
Molti pezzi, ad esempio i “guardoni” di Valentina Berardinone, mi paiono più che altro oggetti decorativi, pezzi di design privati della loro utilità pratica (i dialetti lombardo-occidentali sintetizzano questo concetto nella splendida parola ciapapulver).
Al limite mere sperimentazioni sulla tecnica della lavorazione della plastica che non opere compiute, ma questa è una sensazione epidermica e onestamente, senza conoscere bene la vicenda dei singoli artisti e di Polimero Arte, mi sento obbligato a sospendere il giudizio e a dirvi di venire di persona a visitare il museo.

Ci sono opere che, però, riservano piacevolissime sorprese. La “Boule sans Neige” di Man Ray, ad esempio, ma anche il “Ritratto di Max Ernst” di Enrico Baj e soprattutto – a mio personalissimo gusto – il “Cubo Graffito” di Anna Marchi, la cui superficie satinata esplora le possibilità materiche di un materiale che nei primi anni ’70 era ancora tutto sommato nuovo, almeno per il mondo dell’arte.

MAP - Anna Marchi - Cubo Graffito 1

S’è fatto tardi, ormai, e io ho esplorato ogni singolo centimetro visitabile di quella che – secondo una fortunata definizione di quel genio del copywriting di Gabriele D’Annunzio – è “un’isola di Toscana in Lombardia”.

Ma la mia giornata varesotta non è ancora finita.
Per l’ennesima volta so di essere a pochi kilometri dagli scavi archeologici di Golasecca e, oggi, non ho intenzione di farmeli scappare.

Sapete tutti che, a partire dagli anni ‘80, in Provincia di Varese ha iniziato a svilupparsi un movimento politico che, a dispetto dell’essere oggi capitanato da un milanese che si è fatto eleggere a Reggio Calabria, metteva la specificità culturale – persino etnica – del Nord Italia al centro della sua ideologia, arrivando a fare della resistenza celtica all’avanzata dell’impero romano nella Pianura Padana il proprio mito fondativo.
Un movimento, va ricordato, che è stato al governo della Provincia ininterrottamente dal ‘93 al 2014 e poi di nuovo dalla fine del 2018.

Sapendo che sul territorio provinciale sono presenti importantissimi lasciti di una civiltà, quella di Golasecca, pre-romana, autoctona, di probabili origini celtiche, ti aspetteresti una valorizzazione fin eccessiva.
Cartelli ed indicazioni in ogni dove, rievocazioni, musei etnografici con laboratori di ceramica protostorica, corsi di concia del cuoio con l’urina e seminari di cucina celto-lombarda con concorso finale che Masterchef levati…

E invece? E invece un cazzo.
Sarà che far gli scemi con l’elmo con le corna (che i Galli non portavano) e con il Sole delle Alpi (che si trova pure sugli stipiti delle porte di Ischia) è comodo, mentre una valorizzazione culturale di quel genere richiede studio, fatica e lavoro. E soldi, ovviamente.

Insomma, quando arrivo a Golasecca faccio una bella fatica a trovare l’area archeologica del Monsorino.

In verità ben due pedoni mi danno le indicazioni corrette: “dal centro del paese vai giù per la discesa, segui la strada principale e sotto il ponte dell’autostrada, vicino alla spiaggia del Ticino, troverai le indicazioni.”
Ecco, è quel “troverai le indicazioni” ad essere fallace, perché arrivando da Golasecca il cartello che indica la necropoli è completamente stinto, illeggibile.

Il cartello che (non) indica la necropoli del Monsorino

Solo al terzo tentativo, arrivando dalla direzione opposta, riesco a capire dove devo andare.
Parcheggio la moto sotto il ponte, in mezzo alle auto dei bagnanti, tra misteriose galline semiselvatiche, e mi incammino nel bosco su per il sentiero.
Superata la radura (anche qui nessuna indicazione, ma proseguite dritti) eccomi, finalmente, alla necropoli del Monsorino, il primo sito golasecchiano mai scoperto.

Necropoli del Monsorino - 3

La civiltà di Golasecca si estese, dal IX al IV secolo avanti Cristo, tra il corso del Sesia e quello del Serio, con il Ticino a fare da asse portante.
Presumibilmente di origine celtica, i Golasecchiani erano principalmente commercianti che operavano sulle rotte del sale fungendo da cardine tra gli Etruschi e le popolazioni del transalpine.
Da bravi commercianti, i Golasecchiani diedero un importante stimolo allo sviluppo “urbano” della zona fondando, a quanto pare, i primi nuclei di Milano e di Como.

E noi indichiamo i loro resti con un cartello stinto…

Qui al Monsorino sono stati ritrovate, a partire dall’800 svariate sepolture. I manufatti (urne cinerarie di vario tipo e corredi funebri) oggi sono conservati nei musei di Sesto Calende e Golasecca (entrambi fanno orari da motorizzazione civile, scordatevi di riuscire a visitarli nel finesettimana), mentre qui nel bosco rimangono visibili i cromlech che delimitavano le aree funerarie.

Necropoli del Monsorino - 4

Io lo so che alla parola cromlech avete tutti pensato a Stonehenge. Ecco, no. Qui si parla di pietre alte al massimo trenta, quaranta centimetri.

Una delle cose che mi sorprende sempre visitando i siti archeologici è il come i primi scopritori (l’abate Giani qui, Vittorino Cazzetta sul Mondeval e sul Monte Pelmo) siano stati in grado di distinguere l’anomalia in un paesaggio assolutamente normale.

Necropoli del Monsorino - 1

Passando di qui con occhio distratto, o semplicemente cercando altro (castagne, funghi) vi sareste forse resi conto dell’abbondanza di pietre che affiorano da questo prato ma, onestamente, avreste saputo riconoscere il pattern circolare dei cromlech, le linee parallele delle allee?

Adottando questo punto di vista converrete con me che questi piccoli cromlech valgono quasi più dei megaliti di Stonehenge. O no?

Devo avere una casa per andare in giro per il mondo, Lombardia, milano, Milano Romana

L’IMPERO COLPISCE ANCORA: PANEM ET CIRCENSEM

Parlare del Teatro e dell’Anfiteatro di Milano significa, prima di tutto, parlare di Alda Levi.

Tra le prime donne ad avere un ruolo nella Sovraintendenza dei Beni Culturali di cui fu, fra il 1925 ed il 1938, responsabile unica per il territorio lombardo e al suo lavoro si devono scoperte e riconoscimenti fondamentali soprattutto per quanto riguarda il passato romano della regione.
Nonostante un lavoro di primissimo livello – su reperti di quel glorioso passato imperiale che tanto piaceva al regime – quando LVI nel 1938 vara le leggi razziali è costretta a lasciare il lavoro.

Trascorre gli anni della guerra a Roma, sotto costante minaccia, vuoi perchè ebrea, vuoi perchè sposata con l’archeologo Vittorio Spinazzola, responsabile di fondamentali scoperte a Pompei ma cacciato dagli scavi nel 1923 perchè critico nei confronti di Mussolini.

Prima che LVI e la sua banda di criminali e lacchè la cacciassero, Alda Levi fu protagonista di alcuni straordinari ritrovamenti a Milano, tra cui nel 1929, durante la costruzione del palazzo della Borsa, i resti delle fondamenta del Teatro Romano e poi, nel 1931, i resti dell’anfiteatro.
Reintegrata nel 1945, Alda Levi muore nel 1950 a Roma, senza avere la possibilità di vedere musealizzate le due grandi scoperte milanesi che saranno aperte alla cittadinanza quasi mezzo secolo più tardi.

Muri radiali delle fondazioni

La storia del Museo Sensibile del Teatro Romano è quasi altrettanto interessante.
Sebbene solo nel ‘29, come sappiamo, sarebbe stato riconosciuto il teatro, sin dalla costruzione del proprio Palazzo, nel 1880, la famiglia Turati si rese conto di aver acquistato assieme al terreno una vera e propria miniera di statuaria romana.

Andrea Preti, il funzionario della Camera di Commercio che mi guida nel Museo, mi spiega che proprio in questi primi anni gran parte dei reperti più belli fu utilizzata dai Turati come moneta di scambio.

– Erano invitati a un matrimonio importante? – mi dice – Portavano in dono una bella statua. Dovevano ingraziarsi un cliente particolarmente facoltoso? Gli regalavano qualche moneta di età imperiale…

Insomma, dove non era arrivato il Barbarossa arrivò un approccio abbastanza libero alla conservazione del patrimonio.

Il Barbarossa, sì, che non può mai mancare nelle vicende milanesi.

Il teatro è stato probabilmente uno degli edifici più longevi della romanità milanese: eretto in età augustea, cessati gli spettacoli fu luogo di assemblea del Comune rimanendo il attività per un millennio buono.
Ma nel dodicesimo secolo Milano, nell’ambito delle lotte di potere che dilaniavano l’Italia settentrionale e Roma, attaccò e distrusse Lodi, fedelissima alleata dell imperatore.
Che al Barbarossa fregasse qualcosa di Lodi, sapendo che la raspadüra [https://mangiaregione.it/raspadura-lodigiana/] non l’avevano ancora inventata, lo credo poco. Ma l’orgoglio imperiale è quello che è e Federico non poteva lasciare impunita la provocazione.
E così nel 1162, dopo un assedio estenuante, Milano dovete aprire le sue porte alle truppe del Barbarossa che avevano l’ordine di radere al suolo La città non lasciando pietra su pietra. Vuoi per la particolare imponenza dell’edificio, vuoi perché ne conosceva l’uso come stava assembleare, Federico chiesa di dedicare particolare attenzione alla distruzione dell’Antico teatro di cui ogni traccia fu cancellata per oltre sette secoli.

Muri radiali delle fondamenta

Tra la distruzione del 1163 e i primi ritrovamenti del 1880, la zona ospitò chiese (San Vittore al Teatro), botteghe e case di umile abitazione, edifici che riutilizzarono gran parte delle superstiti pietre dell’alzato.
Ciò che vediamo oggi, in realtà, è ciò che i romani non potevano vedere: le fondamenta della cavea e di parte del grande muro scenico.

Il forno (panem et circensem)

L’allestimento, tuttavia, è pensato per riportare alla luce i fasti del teatro imperiale, portando i visitatori ad immergersi nella storia con tutti i sensi.
Questo è il significato di Museo Sensibile: un allestimento che coinvolge la vista (grazie alla splendida illuminazione delle rovine), l’udito (grazie alle guide, ovviamente, ma anche alle registrazioni di grandi del teatro che cercano di ricostruire la recitazione romana) e persino l’olfatto (ma qui lascio che siate voi a farvi condurre tra gli odori di umanità e i profumi di rosa e zafferano).

Muri delle fondazioni e passerella

Certo, io ho avuto la fortuna di essere da solo a visitare il teatro e ho potuto godermi in tutta tranquillità il racconto di Preti – che del museo è stato anche artefice.

Dopo una sala introduttiva che illustra nel dettaglio le tecniche costruttive romane, si entra nel vero e proprio museo dove una passerella in vetro e metallo consente di sorvolare i resti dell’edificio illuminati da luci drammatiche che aiutano ad immergersi nell’esperienza nascondendo il prosaico sfondo costituito dalle pareti dello scantinato.

A meno che non abbiate fatto le elementari negli anni 2000, è probabile che non abbiate mai saputo nulla di questo museo, che è tra i meglio nascosti di Milano.
Dalla sua apertura fino a pochi anni fa l’apertura del museo era garantita dalle guide dell’Università Cattolica ma, in tempi di spending review, sono stati radicalmente ridotti i fondi e ora il museo è visitabile solamente su prenotazione grazie al lavoro volontario di alcuni funzionari della Camera di Commercio (contattateli qui, è un’esperienza da non perdere).
In questa situazione, è chiaro, il museo ha orari limitati e non viene più di tanto pubblicizzato ma i volontari sono comunque in grado di garantire l’accesso al sito a centinaia di classi delle scuole elementari e medie delle province di Milano, Lodi e Monza e Brianza.

Colonne

Accanto a Palazzo Turati, nella sede della Borsa Valori, sono conservati ulteriori reperti del teatro,forse i più interessanti dal momneto che vi sono anche resti delle decorazioni musive del pavimento, ma non è possibile accedervi liberamente quindi, a malincuore, lasciamoci alle spalle Piazza Affari e andiamo verso Sud.

Poco più di un kilometro, che vale la pena di percorrere a piedi attraverso il suggestivo quartiere delle Cinque Vie. Questa è la distanza che separa il museo del Teatro dall’Antiquarium Alda Levi – Parco dell’Anfiteatro Romano. Poco più di un kilometro, in senso geografico, ma qualche secolo dal punto di vista museografico.

Ho lavorato in Corso Italia dal 2011 al 2015. Per arrivare in ufficio, quando il clima sconsigliava l’uso di Aiko, scendevo dal tram in Piazza della Resistenza Partigiana e percorrevo via Molino delle Armi a piedi.
Spesso mi capitava di buttare un occhio all’edificio sede dell’antiquarium (uno dei tanti ex conventi di cui è pieno il centro di Milano), perchè è anche sede di un teatro per l’infanzia cui probabilmente debbo il mio amore per la scena.

Vi mentirei se vi dicessi di essermi mai accorto della piccola targa che annuncia la presenza del museo e dei reperti. Solo le ricerche per il Motografo mi hanno portato, finalmente, a capire dove fosse l’ingresso e quali gli orari.

Mura radiali

E così un sabato mattina alle 12.30 mi presento sulla porta, la varco e mi guardo in giro spaesato.
Indicazioni? Figuriamoci, saremo mica dei Tedeschi che han bisogno le indicazioni. Noi Italiani preferiamo improvvisare. E, in effetti, improvvisando trovo il passaggio che conduce al parco e a ciò che resta dell’enorme arena milanese.

Mura radiali

Enorme,sì. Gli studiosi ritengono che il nostro fosse tra gli anfiteatri più grandi dell’impero, secondo solo al Colosseo e a quello di Capua.

Fa impressione pensare che l’area dell’anfiteatro, che oggi è considerata molto centrale, si trovasse al di là delle mura, fuori dall’abitato, appena a sud del Palazzo Imperiale.

I resti portati alla luce sono musealizzati in un parco che sarebbe tra i più belli della zona, se solo fosse più accessibile. I raggi delle fondamenta dell’ellisse dell’arena, sebbene recintati per proteggerli, dialogano con l’andamento dolcemente ondulato del terreno e con le piante – in fiore in questa mattinata di primavera – creando un ambiente sereno e rilassante.
Scatto qualche foto, leggo i cartelli esplicativi e cerco di ricostruire – in vano – nella mia mente l’effetto che poteva fare la mole dello stadio nella campagna milanese.

Parco dell'anfiteatro e chiesa dei Rumeni

Fiorellini

Torno nel chiostro dell’ex convento e trovo finalmente l’ingresso dell’antiquarium con i suoii due custodi.
Non mi piace attaccare il lavoro delle persone, che va sempre rispettato, quindi mi limiterò a dire che la sensazione era quella di essermi seduto al tavolo di un tipico ristorante ligure.
Chissenefrega, entro e inizio la mia visita.
L’antiquarium mi risulta aperto nel 2004 ma, in tutta onestà, l’allestimento sembra fatto secondo una logica di metà del ‘900. Accumuli di reperti in anonime teche di vetro e cartellini esplicativi poco o nulla esaustivi.
La collezione è piccola, ma il suo pezzo forte, la stele funeraria del gladiatore Urbico, vale da sola la visita (che per altro è gratuita).

Stele del gladiatore Urbico

A Urbico, inseguitore di prima posizione, di origine fiorentino, che combattè tredici volte, visse ventidue anni; Olimpia (sua) figlia che lasciò a cinque mesi, e la figlia Fortune(n)se, e la moglie Lauricia (dedicano), al marito che ha ben meritato, con cui visse sette anni. Ti avverto, chiunque tu sia che uccidi che hai vinto. I suoi tifosi terranno viva la sua memoria

Stele del gladiatore Urbico

Da un lato mi communovo – con quei 2000 anni di ritardo – per la famiglia del povero Urbico, dall’altro trovo affascinante che anche i gladiatori, gli schiavi come era probabilmente Urbico, avessero degli appassionati tifosi che ne terranno viva la memoria, proprio come i nostri pugili, motociclisti o piloti di F1.

Ma mentre penso tutto questo una voce alle mie spalle:

– Stiamo chiudendo!

Guardo l’ora: le 13.40. Il museo chiuderebbe alle 14.00, ma va bè…

– Sì, faccio una foto e ci sono.
– Sì, ma in fretta, per favore, che dobbiamo chiudere.

Odio che mi si metta ansia, ma capisco che il rispetto degli orari sia importante…
Mi affretto, scatto alla come viene ed esco.
Passo alla e appena varco la soglia la sento chiudersi alle mie spalle con tanto di quattro mandate di serratura, catenaccio e paletto.
Peccato che siano le 13.45, un abbondante quarto d’ora di anticipo sugli orari di chiusura del museo.

Il paragone tra i due musei non potrebbe essere più stridente.
Da utente posso dire che quasi sempre mi sono trovato meglio là dove a gestire l’accoglienza e le visite sono i volontari, ma da studioso non mi sfugge il problema.
Il volontariato è una nobilissima attività che troppo spesso funge da scusa per le istituzioni per non pagare i professionisti (le guide) o per giustificare chiusure inaspettate, orari di apertura improbabili o servizi ridotti all’osso.
E però, al tempo stesso, non capisco come si possa pensare di dotare un museo – un museo che dovrebbe essere un fiore all’occhiello di una città – di personale così vistosamente disinteressato (e per giunta scortese). Ci deve, mi ripeto, essere una virtuosa via di mezzo. Deve esistere il modo di selezionare del personale regolarmente assunto e pagato che sappia, allo stesso tempo, sviluppare un amore ed un legame con la propria istituzione, con il monumento, il museo, l’opera che protegge e divulga.

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Tutte le fotografie del Teatro Romano appaiono con l’autorizzazione del Ministero dei Beni Culturali – Sovraintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Milano e non possono essere ulteriormente riprodotte.
Per tutte le altre foto vale come al solito la CC attribuzione, non commerciale, no opere derivate.

Piemonte

LA LUCE DELLA RIVALTA (SCRIVIA)

Nel 1960, mentre inaugurava la tratta finale della A7 che congiunge Tortona con Milano, il Presidente Gronchi non poteva sapere che quell’opera avrebbe trasformato la Valle del Po in una visione sfocata per il milanese medio. Una vaghissima immagine, verde come i campi di mais e le risaie o nera come la terra in autunno, percepita con la coda dell’occhio mentre l’auto viaggia veloce sul lungo rettilineo che porta verso Genova, verso il mare.
Viaggiando si intravedono solo pochi stabilimenti industriali e il mitologico Motel K, per il resto la strada si tiene lontana da città e paesi.

Ma un Motografo è sempre un Motografo e anche quando sta correndo al mare ha sempre un occhio alla ricerca di qualcosa di nuovo da esplorare.

E così, una dozzina di anni fa, la mia attenzione è stata catturata da un gruppo di edifici di mattoni scuri nei pressi di Castelnuovo Scrivia.

Sebbene non molto diverso dalle altre cascine della zona, dall’autostrada si presenta come un’imponente complesso murato, dominato da una chiesa evidentemente sproporzionata alle esigenze di una comunità agricola.

Ovviamente non ho mai avuto il tempo di uscire sulla statale per indagare cosa fosse e ovviamente, ogni volta, già all’altezza di Serravalle me ne ero dimenticato.

Solo di recente, in uno dei miei viaggi virtuali con Street View, ho capito cosa fosse quel posto.

Perché fate quella faccia? Cosa vuol dire che sono l’unico a fare i viaggi virtuali? Mi state prendendo in giro?

Dicevo, solo di recente ho capito che il mio complesso di mattoni è semplicemente la parrocchia di Rivalta Scrivia.
La struttura, scopro, ha radici nella seconda metà del XII secolo.

Interessante, ma ancora non abbastanza per eleggerla a meta di uno dei miei giri.
Diciamo che ci sono finito solo di ripiego.
La mia vera meta era Libarna, antica città Romana al fondo della Val Scrivia che, ancora una volta, mi ha sempre chiamato dai cartelli della Serravalle senza mai convincermi ad abbandonare la rotta verso il mare.

Ma oggi (la seconda domenica di Aprile del 2018) il tempo non è un gran che, e il mare non pare un’opzione.
Così, dopo aver verificato gli orari d’apertura degli scavi (), decido di muovermi verso Serravalle Scrivia.
Il cielo sopra la mia testa inizia ad assumere un aspetto drammatico quando raggiungo il piccolo comune piemontese sede del posto più brutto del mondo.

Mi libero dal traffico dei forzati dello shopping appena in tempo per rimanere bloccato dal passaggio di una gara ciclicstica amatoriale. Ma niente può abbattermi oggi, sto finalmente andando a visitare Libarna.

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Posteggio davanti alla balconata dalla quale si può godere di una vista d’insieme del sito e torno verso la biglietteria.
Suono il campanello e attendo. Nessun segno di vita.
Suono nuovamente, Attendo.
Nulla…
Guardo meglio…

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Ecco, appunto. Scemo io che mi fido di internet…

Se solo ci fosse stato qualcuno (che so, il bigliettaio) oltre a sentirmi lanciare imprecazioni impressionanti per varietà e vigore, mi avrebbe visto compulsare nervosamente il mio famigerato elenco di mete da visitare in cerca di un ripiego.

La Val Borbera e la Val Curone? No, non è proprio cosa. Già una volta il clima da quelle parti mi ha fermato*.
La diga del Brugneto? No, ormai è tardi, non riuscirei a fare il giro del lago a piedi, non ne val la pena.
Acqui Terme? Con sto tempo?
‘Spetta! Ecco! L’abbazia di Rivalta è qui a due passi.

Un bel 180° e via verso nord.
Arrivo qualche minuto prima dell’apertura pomeridiana (l’abbazia apre alle 15.00) e ne approfitto per girare per i campi cercando la visuale migliore (ricavando un po’ di belle foto e coprendomi di fango sino alle orecchie).

La bassa e l'abbazia

Nata come comunità spontanea attorno al 1150, è lungamente guidata da comunità dall’abate Ascherio che nel 1180 la pone sotto la tutela dei Cistercensi dell’abbazia di Lucedio (Vercelli) per proteggerla dalle mire del Vescovo di Tortona..
Come sempre, l’arrivo dei Benedettini Cistercensi si traduce in un periodo di forte espansione della comunità ed in una riorganizzazione completa del monastero, che viene di fatto riedificato.

In un’ottantina d’anni la chiesa di Santa Maria ed il complesso residenziale sono terminati. La costruzione è lineare e segue i dettami del gotico cistercense: una pianta a croce latina a tre navate dalle linee pulitissime e semplici. Nell’architettura cistercense i fronzoli superflui sono banditi e i pochissimi ornamenti che ingentiliscono gli elementi strutturali sono portati all’estremo della stilizzazione.
Minimal, diremmo, se fossimo degli orrendi hipster in coda per scroccare Nastro Azzurro calda e Dixie rafferme ad un evento esclusivissimo del fuorisalone.

Abbazia di rivalta

Il rigidissimo minimalismo viene mantenuto per un paio di secoli, fino all’intervento di Franceschino Boxilio e della sua bottega, autori del bellissimo apparato di affreschi.
I simboli dei quattro evangelisti nella piccola cappella che funge da abside della navata destra sono commoventi nella loro semplicità quasi popolaresca.

San Luca Evangelista

Come dicevo, dall’autostrada – e dalle risaie in cui mi sono avventurato poco fa – l’abbazia ha un aspetto severo ma imponente. Eppure la facciata della chiesa non sembra all’altezza della zona absidale.
La cornice in mattoni rossi mette in evidenza la struttura interna delle tre navate creando tre archi che sembrano “tappati” da un muro di pietra intonacata,
Un’apparenza dimessa che contrasta con l’edificio che sorge addossato a ciò che rimane del monastero: un palazzo di aspetto seicentesco con un bel cortile loggiato che si apre sul sagrato della chiesa.

Abbazia di Rivalta Scrivia - Chiesa di Santa Maria e Palazzo Airoli

Proprio il palazzo costruito nella seconda metà del ‘600 per il Marchese Agostino Airoli, che nel frattempo era diventato titolare del feudo di Rivalta, è la causa di questa apparenza sottotono.
Il palazzo è stato edificando riconvertendo – sarebbe meglio dire demolendo e riedificando – l’ala dei monaci del vecchio monastero ormai ridotto a commenda, dopo che già l’ala dei conversi era stata demolita qualche decennio prima.

Ma il Marchese non era soddisfatto della sistemazione.

‘Sta chiesa così vicina al mio cancello – diceva – soffoca il mio bel palazzo.
Chi passa non si accorge di quanto bello sia, quanto raffinato, quanto imponente.
C’ho proprio gusto ad essermi fatto fare il palazzo alla moda e poi quei quattro gatti che mi vengono a trovare fino a qui fanno caso solo a questa vecchia chiesaccia di mattoni!

Abbazia di Rivalta

Lamentati oggi, lamentati domani, il Marchese riuscì a convincere il Vescovo di Tortona. Certo, dovette pagare di tasca sua il restauro di quel che sarebbe rimasto – e per un genovese deve essere stato un compromesso doloroso – ma l’Airoli fu autorizzato a far demolire la prima campata per “farvi piazza”.

Il palazzo non è visitabile ma, da quello che sono riuscito a vedere attraverso la recinzione, dietro al corpo loggiato è nascosto un bel parco con tanto di pavoni che scorrazzano tra i cespugli fioriti.

Nonostante la mutilazione, internamente la chiesa appare grandiosa. Grandiosa ma, al tempo stesso, raccolta. Intima.
Miracoli del gotico.

San Marco Evangelista

Dalla navata destra, vicino alla bella cappella Boxiliana di cui vi ho già parlato, si passa in sacrestia e poi alla Sala Capitolare, l’unica parte superstite dell’antico monastero. Il capitolo è alla base della vita monastica cistercense. Qui si prendono le decisioni e la comunità, in un’ammirevole democrazia, elegge il suo abate.

Ed è sempre qui che – in un’atmosfera degna de Il nome della rosa – si svolge la pubblica confessione dei peccati di ogni fratello, la cui punizione è deliberata ed eseguita direttamente dall’assemblea. Sarò suggestionabile, ma mentre me ne sto seduto qui a guardare la luce che filtra dalle trifore in fondo alla sala, mi corre un brivido lungo la schiena al pensiero degli atti di devozione, di umiliazione e di fanatismo che devono aver avuto luogo tra queste mura.

*= In verità io un sopralluogo l’ho fatto, ma se tutto va come deve ne parliamo prossimamente.

Devo avere una casa per andare in giro per il mondo, Milano Romana

L’IMPERO COLPISCE ANCORA – BIPOLARISMO ALLA ROMANA

Sin da quando ero bambino l’idea degli scavi archeologici mi ha meravigliato ed affascinato.
Affascinato, ovviamente, perchè l’idea di scoprire i segreti dell’antichità e rivoluzionare la conoscenza della storia non può lasciare indifferente un ragazzino.
Meravigliato, perchè ho sempre fatto fatica a capire come mai i reperti antichi andassero cercati sotto il suolo. Ancora oggi, se devo essere onesto, non me lo spiego fino in fondo, ma evidentemente funziona, mi tocca farmene una ragione.

L’area tra Via Brisa e Via Gorani è un esempio plastico, lampante, della stratificazione archeologica della città.
La grande piazza pedonale, dominata dai nuovi lussuosi edifici di cui parlavo l’ultima volta, fino al 1943 era occupata dal Palazzo Gorani, devastato dai bombardamenti inglesi e rimasto in rovina per quasi mezzo secolo.

La torre medievale – ultima superstite della foresta di torri e torrette in mattoni che caratterizzava la Milano del periodo comunale – svetta ancora al centro della piazza, proiettando la sua ombra sugli scavi del Palazzo Imperiale di Massimiano, rivelati dai lavori stradali che negli anni ‘50 avrebbero dovuto liberare la piazza dalle macerie e dal peso della storia trasformandone l’aspetto e la viabilità.

Palazzo Imperiale di Milano - La torre dei Gorani

Via Brisa, o meglio ancora lo stretto passaggio dietro la pasticceria Marchesi – sono quasi dei portali tra due mondi.

Attraversarli vuole dire lasciarsi alle spalle Corso Magenta e Via Meravigli, i negozi, lo stridore dei freni del Tram, i motorini fermi al semaforo, il passeggio pomeridiano ed entrare in uno di quegli spazi sospesi di cui il centro di Milano è particolarmente ricco.
Pochissimi passanti, ancor meno le auto.
I rumori del traffico sono ovattati, distanti. Solo ogni tanto un colpo di clacson riesce a filtrare ricordandoci che siamo nel centro di una grande città.
Inoltrandomi in questo quartiere ho l’istinto di abbassare la voce e camminare in punta di piedi.
Quasi mi metterei le pattine per non lasciare impronte.

In una sorta di fossa recintata, regno indiscusso di una colonia di serafici gattoni ben pasciuti, i resti delle fondamenta del Palazzo imperiale si mostrano ai pochi visitatori, tra i reperti più leggibili della Milano Romana.

Palazzo Imperiale di Milano - Panorama da Via Gorani

Più in là, da una vetrata che affaccia sulla piazza, si intravedono, se la luce cade bene, i lacerti di un mosaico, trovato di recente e conservato nel seminterrato del nuovo edificio residenziale di via Gorani 4.
Se fossi miliardario in petroldollari comprerei un appartamento qui solo per non dover lottare con i riflessi di questo vetro blindato mentre cerco di fotografare il reperto.

Palazzo Imperiale di Milano - Il mosaico di Via Gorani 4

Quello che vediamo oggi è una piccolissima parte del palazzo, che dall’odierno Corso Magenta arrivava a lambire il Cardo Minore (Via Torino), occupando sostanzialmente tutto il quartiere delle cinque vie.

Palazzo Imperiale di Milano - Panorama arrivando da corso magenta

Si tratta di una serie di ambienti elegantissimi, caratterizzati da absidi semicircolari e collegati da una sala rotonda, presumibilmente colonnata.
Sembra ormai dimostrato che tutti gli ambienti del palazzo fossero riscaldati tramite camere di combustione e condotti per l’aria calda sotto i pavimenti.
Sebbene questo Febbraio sia stato più autunnale che invernale, il clima di oggi è umido e freddo e sarei felice se questo sistema ingegnoso ricominciasse improvvisamente a funzionare.

Palazzo Imperiale di Milano - L'aula absidata

Nel mondo romano gli edifici dedicati allo spettacolo erano molto specializzati, forse più di quanto avvenga oggi.
Il circo oggi lo chiameremmo autodromo. Anzi, parleremmo probabilmente di un circuito da dirt track in terra battuta. I carri si sfidavano in corse velocissime su un ovale dove gli incidenti spettacolari e disastrosi erano parte integrante dello show.
L’anfiteatro, sede di combattimenti tra gladiatori, cacce e battaglie navali oggi lo chiameremmo stadio, palazzetto dello sport. .
Il teatro è, tutto sommato, il luogo di spettacolo che meno ha cambiato la sua funzione dall’antichità ad oggi.

Diversamente dal mondo odierno, però, in epoca imperiale era lo stato, l’imperatore stesso ad offrire lo spettacolo al popolo e a occuparsi della costruzione e della manutenzione delle strutture.
Strutture che, con il loro numero e la loro opulenza, sono un simbolo palpabile della ricchezza e dell’importanza di una città.

Non è probabilmente un caso se il palazzo si trova proprio in mezzo tra il teatro, il circo – la cui unica torre superstite fa capolino tra certi brutti palazzi anni ‘50 alle mie spalle – e, a sud, l’anfiteatro.
E forse non è un caso nemeno il luogo scelto per costruire il palazzo. Teatro e anfiteatro esistevano già prima che Diocleziano instaurasse la tetrarchia portando Milano al centro dell’Impero e deve essere parso naturale posizionare il palazzo del potere proprio in mezzo tra le due strutture esistenti e il nuovo, magnifico circo donato dall’Augusto Massimiano alla sua città d’elezione.

Palazzo Imperiale di Milano - La torre del circo

Non sono uno storico, quindi prendete quello che dico con la dovuta cautela, ma sono abbastanza sereno nel dire che una delle principali cause della caduta dell’Impero sia il progressivo ed inarrestabile acquisto di potere da parte della chiesa Cristiana.
L’Imperatore, prima, era un Dio.
Ai nuovi sudditi conquistati non chiedeva, però, di convertirsi in toto al suo culto ma solo di integrarlo nella loro religione.
E, va detto, i politeisti non avevano grossi problemi ad accettarlo, almeno come culto di facciata.

Ma, con quella storia del non avere altro Dio all’infuori di Dio, sin dall’editto di Costantino i Cristiani hanno minato la credibilità di un Imperatore non più divino.
Con Teodosio, poi, hanno negato la libertà religiosa ai popoli sottomessi. Facendoli imbestialire non poco.
In qualche modo il potere ecclesiastico è stato la nemesi del potere Imperiale.

Il Complesso Episcopale, centro nevralgico del cristianesimo milanese sin dall’età imperiale, non poteva dunque che essere la nostra prossima tappa.
Lasciato il palazzo, quindi, risaliamo lungo Corso Magenta fino a Piazza Cordusio e poi al Duomo.

Al battistero di Santo Stefano, risalente forse al periodo di Diocleziano, ed alla Basilica Vetus, Sant’Ambrogio volle affiancare il fonte battesimale di San Giovanni, dove nel 387 battezzò Agostino e la Basilica Nova, ricostruita successivamente ed intitolata a Santa Tecla.

Naturalmente in superficie non ne rimane traccia. Tra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo, infatti, l’avvio dei lavori del Duomo ne ha determinato la completa cancellazione.

Secoli di abbattimenti e ricostruzioni hanno progressivamente cancellato anche la memoria del complesso, sopravvissuta solo nella piccolissima via Santa Tecla e nel club omonimo, dove iniziarono a esibirsi Gaber, Iannacci e molti altri.

Ma se è il dinamismo edilizio della città ad avere la responsabilità di aver cancellato il complesso, suo è anche il merito di averlo riportato alla luce. L’abbattimento del Rebecchino, nell’800, e la costruzione della Metropolitana uno, poi, lo hanno progressivamente riportato alla luce. Vero è che nell’800 non si è andati tanto per il sottile. Non solo nessuno ha pensato di musealizzare i resti, forse non riconoscendoli, addirittura contestualmente al Rebecchino è andato giù anche il Coperto dei Figini, nella cui struttura era incorporato l’ultimo tratto superstite delle mura di Santa Tecla.

Ma del resto, nani, siamo a Milano mica a Roma. Se dovessimo star dietro a tutti i sassi con una storia qui non fatturerebbe più nessuno!

Vi ho già detto che visitare i resti romani di Milano non è semplice? Si, eh?
Ecco, questa è l’ennesima dimostrazione.

Stando alle informazioni, una piccola parte dei resti dovrebbe essere visibile nel mezzanino della metropolitana ma nessuno, specialmente non i preparatissimi controllori dell’ATM, è in grado di individuare la teca.
Sono quasi certo di averla vista da bambino ma nei 25 anni trascorsi la stazione è stata completamente ribaltata.

Giro a destra e a manca, chiedo ai controllori, all’edicolante e agli addetti della biglietteria della scala ma nessuno ne sa nulla.
Poco male. Riemergo e vado a far la coda per l’ascensore nord del Duomo (Corso Vittorio Emanuele 2). Non voglio salire a limonare sulle terrazze al tramonto, per lo meno non oggi, ma l’accesso alla vasca dell’antico Battistero di Santo Stefano è proprio accanto all’ascensore.

Faccio la mia bella coda in mezzo alle coppiette, passo la perquisizione dei militari, entro e mi butto subito a sinistra. Sono l’unico, gli altri passano via dritti verso l’ascensore.
Del resto se uno non sa cosa cercare questa porticina e questi due gradini non li vede proprio.

0017 - Battistero di Santo Stefano ad Fontes

Della vasca, ahimè, resta giusto la sagoma e un mezzo metro di muro.
L’allestimento è spoglio, la luce scarseggia e io faccio fatica ad immaginarmi la fastosità di un fonte battesimale descritto con entusiasmo dal poeta Ennodio, che ne vantava la bellezza e l’ingegnosità idraulica.

Esco poco dopo, tra lo stupore dell’addetto che mi ha appena visto entrare.
Non era preparato a gestire un salmone che risale la fila ed è costretto a spostare una di quelle pericolosissime transenne che abbondano nel centro di Milano…

Scoprirò poi che anche per visitare il Battistero di Santo Stefano ad Fontes avrei dovuto pagare un biglietto. Ma non mi sento più di tanto in colpa, tanto l’ho pagato poco dopo.
La maggior parte dei reperti si trova infatti sotto al Duomo e lì il biglietto lo controllano eccome!

Vi ho già detto che visitare i reperti di Mediolanum è complicat… Cosa? Ah, ok, ve l’ho già detto…

Vabbè, insomma, per entrare al Duomo dovete passare dall’arcivescovado (appena oltre Palazzo Reale).
Qui da un po’ è stata spostata la biglietteria del Duomo e di tutti i suoi musei.
Fatto? Bravissimi.
Uscite di nuovo e rimettetevi in coda, stavolta per la cattedrale.

Ogni volta che metto piede nel Duomo mi manca il fiato.
Per enorme ed imponente che possa essere, la mole di marmo rosa svanisce. Il Duomo, all’interno, è fatto di aria. Le colonne sembrano sottilissime, guidano lo sguardo verso l’alto, verso un soffitto così lontano da dare le vertigini.

Ma noi, invece, dobbiamo andare sottoterra.
Una piccola scaletta, sulla parete di entrata, porta ai resti del Battistero di San Giovanni e della chiesa di Santa Tecla.
Stavolta il colpo d’occhio è notevole.
La vasca di San Giovanni, enorme, è al centro dell’allestimento.

0021 - Battistero di San Giovanni alle Fonti

Oltre alla struttura ottagonale del fonte rimangono parti del pavimento che la rendeva impermeabile e alcuni interessanti pezzi dell’opera idraulica che ne consentiva il funzionamento.
Nonostante le protezioni in vetro, qualche genio del male è riuscito a buttare anche qui monetine e persino banconote.
Penso che l’unico modo per far cessare questa idiozia sia far correre la voce che buttare le monete in luoghi che diversi dalla Fontana di Trevi porti male…

0020 - Battistero di San Giovanni alle Fonti

Alle spalle del fonte battesimale, i resti di Santa Tecla.
Dell’antica basilica si conservano non solo le fondamenta, ma anche parti di pavimentazione e persino un pezzetto dell’alzato dell’abside, con l’affresco di un velario tipico delle chiese milanesi dell’epoca.

0022 - Lacerti di affresco di Santa Tecla

Tutto attorno sarcofagi e sepolcri vicinissimi, quando non sovrapposti, testimoniano come l’usanza di farsi seppellire dentro e attorno alle chiese fosse radicatissima.

0018 - Sepolture a Santa Tecla

Questo accumulo di edifici sacri in pochi metri quadrati deve essere qualcosa di tipico del periodo tardo imperiale.
Una sorta di quartiere – enorme rispetto alle dimensioni della città di allora – superspecializzato, interamente dedicato all’esercizio del culto cristiano.

L’avevo già notato a Castelseprio, ma per me la logica di questi accumuli ecclesiastici resta un enigma.

Devo avere una casa per andare in giro per il mondo, Milano Romana

L’IMPERO COLPISCE ANCORA – DI STRADE, DI MURA E DI COLONNE

Andare in cerca delle tracce dell’impero romano nella città di Milano richiede più di uno sforzo.

Nella ricerca, prima di tutto: l’elenco dei reperti, la loro posizione e soprattutto gli eventuali orari di visita sono un segreto ben custodito.
C’è il Museo Archeologico di Corso Magenta, certo, ma ci sono anche cripte e giardini di chiese, la camera di commercio, i sotterranei di una biblioteca, e poi stazioni della metropolitana, garage, cantine e persino un ristorante.

Ma non è finita qui. Anzi.
Lo sforzo maggiore è quello d’immaginazione.

Ciò che rimane è spesso minimo, quasi invisibile all’occhio inesperto.
Oppure è inglobato, cannibalizzato dalle strutture successive, parte di un paesaggio quotidiano, talmente abituale per noi che lo abitiamo da non lasciar trasparire la memoria antica.

In più, fino a pochi decenni fa, ogni traccia fisica dell’antica capitale imperiale era persa, nascosta, inaccessibile.

Mediolanum è stata una città monumentale, sfarzosa, ma nei secoli le sue strade e i suo palazzi sono stati duramente colpiti dall’abbandono e dalle distruzioni.

Prendete il Teatro, ad esempio. Oggi è completamente distrutto, ma è documentato come fino all’anno mille accogliesse nella sua cavea i cittadini del comune in assemblea.
Ma poi ci fu quella brutta faccenda dell’Imperatore Federico e della Lega Lombarda…

Insomma: a parte qualche dipinto o qualche resoconto medievale, fino a pochissimi anni fa non c’erano documenti concreti a descrivere l’antica struttura cittadina.

Oggi, per farla breve, abbiamo per lo più sassi. Muri perimetrali, fondamenta, lacerti di pavimento, mezzi metri di strada e cocci vari.
Anche con la più fervida immaginazione non è facile immergersi nella scena.

Un ultimo sforzo, poi, riguarda solo me ed è quello di decidere il criterio secondo cui ordinare il mio racconto.

Il mio viaggio attraverso la romanità milanese è stato episodico e del tutto privo di sistematicità.
In un pomeriggio sono passato da strade repubblicane al circo di Massimiano alle basiliche del tardo impero e ritorno.

L’Enciclopedista che è in me vorrebbe farvi percorrere un percorso diacronico: dai resti più antichi sino alle invasioni barbariche.
Bellissima idea, eh? Peccato che vi obbligherebbe a girare avanti e indietro come trottole. A pagare sei volte il biglietto del museo o dell’ antiquarium e ad impazzire dietro agli – assurdi – orari di apertura di alcuni siti.

E, allora, mi tocca optare per un compromesso necessario: addoterò un criterio diacronico all’interno del singolo sito, ma ragioni di prossimità e di praticità mi porteranno a saltare di secolo in secolo avanti e indietro.

IL FORO

Svetonio e Plutarco, per primi, descrivono il foro di Mediolanum, che sarebbe stato lodato dallo stesso Cesare nonostante fosse adornato una statua di Bruto.

Il foro di Milano, come lo descrivono gli archeologi, sarebbe una piazza rettangolare piuttosto grande, contornata da edifici commerciali muniti di portici. Una tipologia descritta già da Vitruvio e attestata un po’ in tutta italia, che sarebbe passata praticamente invariata in quello che è l’archetipo della piazza porticata dell’Italia settentrionale ancora oggi.

Una piazza. Uno spazio pubblico aperto e vissuto.
E proprio per questo soggetto al mutamento. Se fosse stato un edificio monumentale, Oggi forse ne sapremmo di più.

Invece la piazza è mutata nei secoli insieme alla città fino a perdere progressivamente di importanza quando il centro nevralgico di Milano si è spostato poche centinaia di metri più in là, dove oggi è la piazza del Duomo. Lo spazio vuoto è stato riempito da nuovi edifici: dalla Chiesa di San Sepolcro, dall’odierna Biblioteca Ambrosiana.
La memoria e le tracce archeologiche della piazza, così, sono andate perse.

Solo negli ultimi decenni del secolo scorso, nella cripta della chiesa e nei sotterranei dell’Ambrosiana sono state ritrovate le lastre della pavimentazione della piazza. Ed è ancora più recente la decisione di rendere questi reperti accessibili al pubblico.
Accessibili, diciamo, ad un pubblico davvero determinato.
Non è facilissimo Infatti individuare la porticina, sul lato destro dell’Ambrosiana, che permette di scendere nei sotterranei dove sono conservati i lastroni.
Ancora meno facile e capire dove si acquistano i biglietti e quando i reperti siano accessibili.

[Le risposte a queste domande: dovete raggiungere la cripta di San Sepolcro che sta sul lato opposto dell’edificio di fianco alla chiesa ed è aperta “soltanto la sera”, come dice lo slogan. Qui con €3 potrete comprare il biglietto per gli scavi del foro, spendendo qualcosa in più avrete accesso anche alla cripta.]

0023 - Lastricato del Foro

La volontaria dell’ambrosiana con cui ho parlato stamattina me l’aveva detto:
“Guardi Io devo essere sincera, sono poco più che delle pietre.”

Aveva ragione.
Ma del resto che senso avrebbe avuto aspettarsi qualcosa di diverso?
I resti della pavimentazione di una piazza difficilmente possono apparire diversi da quello che sono.
Qui, in compenso, ho la dimostrazione della grandezza dell’ingegneria romana.
Questo selciato ha duemila anni e ha subito gli insulti del tempo, delle guerre e delle distruzioni, ma è messo molto meglio del pavè di Corso di Porta Romana!

Quello che mi stupisce, non positivamente, è l’allestimento.
Se è vero che siamo in una cantina, schiacciati tra il locale caldaie e un magazzino, è anche vero che lo spazio è stato reso accessibile nel 2009. Mi sarei aspettato un apparato un po’ più coinvolgente di un solitario pannello di perspex con qualche didascalia.
Ma è meglio questo di una porta chiusa, certo, e poi qui non viene mai nessuno e non devo combattere con i pullman di turisti in gita per vedere qualcosa e sdraiarmi a terra per fotografare i miei quattro sassi.

0024 - Lastricato del Foro

LE MURA REPUBBLICANE E LE COLONNE DI SAN LORENZO

Sebbene al tempo di Cesare, quando ai suoi abitanti fu riconosciuto il diritto alla cittadinanza romana, Mediolanum fosse ormai distante dal fronte della lotta contro i Galli, le autorità decisero di dotare la città di una cinta muraria imponente, che la proteggesse da attacchi esterni e allo stesso tempo ne testimoniasse la prosperità.

Alte una decina di metri, le mura erano fatte di laterizio e pietra di Saltrio e, si suppone, rinforzate da un terrapieno interno.
È strano pensare che i pochi resti delle Mura che sancivano il confine tra città e la campagna oggi siano considerate in pieno centro, considerando il fatto che Mediolanum era piuttosto grande per gli standard del suo tempo.

0005 - Torre del Carrobbio

Delle Mura repubblicane non resta quasi nulla. Soltanto una torre, ben nascosta in mezzo a dei brutti edifici novecenteschi.
Sono 36 anni che attraverso questa piazza e non avevo mai pensato che quel piccolo edificio di mattoni che spunta sul retro di un palazzo potesse essere così antico.
E invece…
Raggiungete Largo Carrobbio e infilatevi nel parcheggio dell’hotel Ariston. Dietro quel cartellone pubblicitario dove oggi campeggia un sosia brutto di Liam Gallagher vedrete che il retro del palazzo che ospita il ristorante Pane e Vino ha una forma decisamente particolare.
Si tratta, come detto, di una delle torri della cinta muraria più antica di Milano.

0006 - Hotel Ariston

Poligonale, come spesso sono le torri romane.
L’interno è visitabile del ristorante ma, oggettivamente, non c’è granché da vedere.
Altrove, forse, avrebbero costruito una narrazione molto più forte, avrebbero messo in evidenza il prezioso resto, ne avrebbero fatto un motivo di vanto; ma per qualche motivo che non ho mai capito Milano ha praticamente cancellato la propria storia antica.

Dal punto di vista filosofico, devo dire, mi piace molto questa stratificazione storica.
Mi piace il fatto che l’antica torre sia stata inglobata nel tessuto edilizio della città e continui a vivere con una nuova funzione.
D’altro canto ho sempre trovato il Carrobbio una delle piazze più brutte di Milano, e l’hotel Ariston in particolare una mostruosità. Soprattutto per questo orrendo parcheggio e per il cartellone pubblicitario, che trasformano la piazza in una sorta di svincolo triste e malconcio degno della periferia della più triste delle cittadine di provincia della Pianura Padana.

A due passi da qui la Basilica di San Lorenzo Maggiore, di cui parleremo una prossima volta, e il monumento romano più famoso e più farlocco della città: le colonne di San Lorenzo.
Dico farlocco perchè il colonnato è lì sin da quando esiste la chiesa – VI secolo d.C. – ma ha sempre avuto una pura funzione scenica. Le colonne sono prese di peso da un edificio di almeno tre secoli prima ed inserite in una struttura di mattoni cosruita ad hoc per decorare la piazza.
Una quinta, uno scenario che ha saputo resistere imperterrito ai secoli, alle guerre e alle mutazioni della città.

0004 - Piazza San Lorenzo

La zona di Porta Ticinese, prima della seconda guerra mondiale, era una zona popolarissima, povera, fatta di case di ringhiera ed osterie. E forse è per questo che dopo la guerra, dagli anni ’60, è stata il centro delle controculture che si sono susseguite.

I fricchettoni, gli autonomi, i punk, i metallari, i bboy… Tutti sono passati di qui, per tutti l’appuntamento era – ed è – semplicemente in Colonne.

0001 - Colonne di San Lorenzo

Con centinaia di persone che ogni giorno si siedono sul basamento a parlare, fumare, bre e fare casino, da qualche anno il Comune ha iniziato a preoccuparsi per l’incolumità del monumento. Peccato che per proteggere le colonne si sia scelto di utilizzare le maledette transenne da concerto, brutte e pericolose, che quando non sono montate vengono lasciate lì, addossate al colonnato come se fosse un magazzino.
Come se non bastassero l’eterno cantiere e gli orrendi palazzi anni ’50 che, al di là delle rotaie, sembrano quasi minacciare la piazza.

0003 - Base a San Lorenzo

LE MURA MASSIMIANEE, IL CIRCO, IL PALAZZO IMPERIALE

Quando nel 286 d.C. Massimiano – Augusto d’Occidente – elegge Mediolanum a sua residenza, si pone il problema di adeguare la città al suo nuovo rango di capitale de facto dell’Impero.

Gran parte del quadrante Sud Ovest viene stravolto per fare posto al nuovo Palazzo Imperiale ed al Circo ad esso collegato, mentre una nuova cerchia di mura, più ampia e più robusta, protegge la città.

Il punto privilegiato per iniziare l’esplorazione dei reperti di questo periodo è, indubbiamente, il Museo Archeologico di Corso Magenta.
Dopo aver visitato la prima sala, ricca di reperti e di ricostruzioni utili a comprendere meglio il contesto in cui ci stiamo muovendo, uscite nel cortile dell’edificio e godetevi quelli che sono i reperti meglio conservati dell’antica Mediolanum.

0001 - Domus di San Maurizio

Al centro del giardino, parecchi metri sotto il piano stradale, quel che resta di un’opulenta Domus obliterata per fare posto al palazzo di Massimiano.

A destra, accessibile dall’ala moderna del museo, un imponente Torre poligonale di mattoni rossi che faceva parte della cinta muraria imperiale.

Torre di Ansperto

Inclusa nel perimetro del Monastero Maggiore, la torre è stata probabilmente utilizzata come cappella e al piano terra è possibile vedere un un affresco tardo medievale, di autore ignoto, che rappresenta San Francesco che riceve le stimmate, una crocifissione è una teoria di santi.

San Francesco riceve le stimmate e teoria di Santi nella Torre di Ansperto

Al piano superiore rimango a bocca aperta ammirando il contrasto tra la struttura irregolare – un poligono di 18 lati- dell’esterno della torre e la perfetta circolarità del suo interno.

Soffitto della Torre di Ansperto

A sinistra, addossata alla chiesa di San Maurizio, un’alta Torre quadrata fu in epoca imperiale una delle due torri del circo.
Massimiano amava le corse dei carri. O più probabilmente era un mezzo tamarro a cui piaceva apparire.
Fatto sta che proprio da una di queste torri l’imperatore poteva passare direttamente dalle sale del palazzo alla tribuna del circo per esporsi agli occhi del popolo adorante.
Quando il circo, ormai in disuso, fu distrutto, la torre potè salvarsi perchè fu riutilizzata come campanile della chiesa di San Maurizio al Monastero.

Torre del Circo e Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore

Di San Maurizio, che si contende con la Certosa di Garegnano il titolo di Cappella Sistina di Milano, vi parlerò nel dettaglio se e quando riuscirò a fare delle foto decenti, ma già che siete qui voi non perdetevela assolutamente!

Aurelio Luini - Arca di Noè

A pochissimi metri dal museo, in via Brisa, si trovano invece resti del palazzo imperiale vero e proprio. Sono stati individuati negli anni 60 durante dei lavori stradali e oggi sono visibili da una balaustra sulla strada.
Per tutta la mia giovinezza la piazza in cui si trovano i resti del palazzo è stata un cantiere.
Uno di quei vuoti urbani di cui il centro della città è pieno, lasciati dalle bombe della guerra, dalle inadempienze del piano regolatore degli anni ’30 o dal fallimento di qualche palazzinaro.
Uno di quei cantieri apparentemente eterni che costellavano Milano tra gli anni 80 e gli anni 90 e che, una volta rimossi, ti lasciano spaesato da quanto le loro palizzate erano ormai parte del paesaggio.
Tanto spaesato che, quando l’altra settimana son passato di qui con un paio di amici, non riuscivo più a raccapezzarmi. Dove siam finiti? Da che parte dobbiamo andare andare? Ci abbiamo messo un bel cinque minuti a capire che questa bella piazza circondata da palazzi di lusso era quel labirinto di griglie e pareti di compensato a cui eravamo abituati.

Il mio percorso, da qui, prosegue verso il Duomo e la Statale, ma per oggi il racconto di ferma qui.

Devo avere una casa per andare in giro per il mondo, Milano Romana

L’IMPERO COLPISCE ANCORA – INTRO

Fondata attorno al 590 a.C.da un gruppo Celti Insubri di Golasecca.
Conquistata dai Romani nel 222 a.C. e resa Municipium Civium Romanorum da Cesare nel 49 a.C.
Residenza imperiale e capitale dell’Impero Romano dal 286 al 402 d.C.

[Luce in sala]
Alzi la mano chi sa di quale città sto parlando.
Sì, là in fondo… No, mi spiace, non è Aquileia.
Sì, prego… Sì, lei con il maglione rosso… No, non è nemmeno Ravenna.
Come? Aosta? Vabbè, ma state tirando a indovinare!
Milano.

[Brusio e incredulità]

Milano, spesso ce ne si dimentica, fu residenza dell’Imperatore, e quindi capitale de facto, dai tempi di Diocleziano sino al periodo delle invasioni barbariche.
Proprio qui Costantino emanò l’editto di tolleranza religiosa del 313 d.C. che spianerà la strada all’affermazione del Cristianesimo in Europa.
Teodosio I aveva qui la sua residenza e l’influenza di Ambrogio di Treviri – vescovo della città – fu determinante nel convincerlo a rendere obbligatorio il culto cristiano ed illegale qualsiasi altra religione.
Ok, ok, non si può dire che Milano abbia legato il suo nome alle pagine più edificanti della storia imperiale.

Ma di tutto questo girando nel centro di Milano non si trova quasi traccia.
Strette stradine medievali, archi gotici, palazzi nobiliari del settecento, un castello rinascimentale… Nel centro di Milano sembra esserci di tutto meno che le vestigia di un passato romano.
Verrebbe da credere che a un certo punto la città si sia trasferita, spostata di qualche kilometro dal suo sito originario.
Come capita quando un paese viene distrutto da una frana o da un terremoto. È successo a Gibellina, a Bussana, a Erto.
Dove c’era il vecchio abitato non c’è più niente e dove c’è quello nuovo le tracce del passato non esistono.

Soffitto della Torre di Ansperto

Naturalmente non è quello che è successo a Milano.
Non solo Milano non si è mossa di un centimetro, ma il centro nevralgico della città moderna è pressoché sovrapposto a quello della città romana.

E a ben vedere non è neanche vero che le tracce del passato antico siano scomparse. Sono solo ben nascoste.
Alcune, come il foro, il palazzo imperiale o il teatro sono state sostituite da altri edifici che oggi rendono impossibile leggere l’antica struttura ma altre, forse quelle meglio nascoste, sono davanti a noi. In bella mostra.

La Pianura Padana è povera di pietra.
Sabbia ne abbiamo quanta se ne vuole grazie ai nostri fiumi, e anche argilla per fare i mattoni che hanno definito il linguaggio del nostro Medioevo; ma pietra, quella no, quella non ce l’abbiamo.
Bisogna portarla dalle Cave di Candoglia, di Ornavasso, di Saltrio.
Bisogna che ogni singolo blocco viaggi dalla cava alla città per decine di kilometri su carri fragilissimi o su barconi che rischiano il naufragio.

È per questo che nell’Alto Medioevo i Milanesi hanno preso le pietre dove le trovavano.
Prima i templi, abbandonati assieme ai loro Dei. Poi il palazzo, il circo, il foro…
I monumenti imperiali in rovina sono diventati cave a cielo aperto.
Una pietra qui, un fregio lì. Quelle colonne mettile lì davanti alla chiesa che stanno bene, quella torre lasciala stare, che ci facciamo un campanile…

0005 - Stele funeraria dei Servili

La memoria si è persa ma le pietre di allora sono – letteralmente – le fondamenta della città di oggi.

E allora ho deciso, anche in onore di quella collega romana a cui è dedicato tutto il mio lavoro su Milano, di andare in cerca di quelle pietre, di quelle tracce di un antico passato dimenticato.

Intervallo

INTERVALLO: I BUONI PROPOSITI PER L’ANNO SCORSO

I buoni propositi per l'anno scorso

Non sono mai stato tipo da lista di buoni propositi ad inizio anno.
sia perché a dispetto del mio essere all’apparenza un cagadubbi freddo e metodico, in realtà sono un casinista una persona istintiva; sia, soprattutto, perché ho sempre odiato la sensazione di frustrazione che ti prende a fine Dicembre quanto ti accorgi che non hai rispettato nemmeno uno dei punti nella lista dell’anno precedente.

Magari hai fatto un sacco di cose buone. Hai superato quella fobia che ti impediva di indossare maglioni bordeaux, hai imparato a pronunciare la erre, hai ottenuto un aumento e, insomma, hai migliorato la tua vita in tutti i modi possibili. Però, dannazione, non hai iniziato a lavare i piatti subito dopo mangiato, non hai messo in ordine il cassetto delle cravatte e non hai nemmeno completato quel corso online di tedesco che inizi tutti gli anni.
E a quel punto ti senti un fallito che non ha combinato nulla.

Da un paio d’anni, però, ho ceduto anche io.
Piccole liste, di pochissimi punti. Specifici e facilmente realizzabili.
Magari raggruppati per temi: una lista per il lavoro, una per la casa…
E, ovviamente, una per il Motografo.

Ecco quella del 2017:


* Fare più gite. In moto, ma anche in auto o a piedi, basta andare in giro.
* Pubblicare tutti i mesi un articolo su Milano.
* Iniziare ad usare l’
action cam e corredare tutti gli articoli con almeno un video.
* Continuare a pubblicare con costanza, tutte le settimane.

Che ci vuoi fare? Il lavoro, il meteo, il tight in tintoria, le cavallette…

E quindi?
Quindi clicco con il destro su buonipropositi2017.txt e lo rinomino in buonipropositi2018.txt

Buon anno a tutti, vi prometto di tornare con più assiduità sin da Gennaio.
E se non ci dovessi riuscire, ne riparliamo nel 2019!

Buoni Propositi

Val di Zoldo, Veneto

IL CAREGÓN DEL PADRETERNO E ALTRE STORIE (TERZA PARTE)

Vittorino Cazzetta, ve l’ho detto, era un personaggio dotato di uno spirito di osservazione fuori dal comune.
Non contento di avere individuato le orme dei dinosauri del Pelmo, tra i primi reperti del genere trovati in Italia, pochi anni dopo avrebbe contribuito ad un’ulteriore scoperta, forse ancora più importante.

Da Forno di Zoldo risaliamo lungo la valle sino al Passo Staulanza e da lì scendiamo a Selva di Cadore e poi, poco dopo l’abitato, svoltiamo a destra e iniziamo a risalire la valle.
Sono 29 i tornanti che aiutano a scalare una pendenza vertiginosa.
In pochi minuti, con il motore che grida per lo sforzo, si passa dai 1.300 e pochi metri di Selva ai 2.236 del Passo di Giau.

Dal parcheggio di fronte al rifugio si gode una vista incredibile. Il Nuvolau e l’Averau (rispettivamente 2.575 e 2.647) torreggiano appena sopra il passo, così vicini che sembra quasi si possano scalare senza fatica, come si fa una passeggiata digestiva dopo pranzo.

Ma noi, che siamo i soliti bastian contrari, ci giriamo esattamente dall’altra parte, passiamo alla sinistra della chiesetta e ci incamminiamo sul sentiero che porta alla Forcella di Col Piombin.

Panorama da Forcella Col Piombin

Si cammina piacevolmente su un sentiero apparentemente privo di difficoltà. Si scende un po’, si risale e si arriva alla forcella. E qui si apre un panorama straordinario.
La Val Cernera è incantevole, completamente disabitata, selvaggia.

Se passate di qui in estate vedrete placide mandrie di vacche pascolare liberamente, senza nemmeno l’ombra di un recinto all’orizzonte. Se ci passate di inverno saranno neve, ghiaccio e roccia a dominare il paesaggio solcato solo dai passi di qualche camoscio.

Il sentiero scende morbido illudendoti che non verserai nemmeno una stilla di sudore e, in breve, inizia a risalire sull’altro versante della valle. Che, carogna, è quasi verticale e chiede un tributo di fiato inaspettato.
Ma è solo uno strappo. Pochi passi e si arriva a toccare i 2.360 della Forcella Giau.
Il tempo di rifiatare e ci rendiamo conto di quello che abbiamo di fronte.

Panorama dalla Forcella Giau

Alla nostra sinistra la lunghissima parete verticale dei Lastioi di Formin (2.657), come una maestosa scogliera, a destra il Piz del Corvo e in mezzo un pianoro – il Mondeval – verdissimo, dolcemente ondulato, costellato di enormi massi erratici.
Al centro di questo pianoro un laghetto – il Lago delle Baste – e all’orizzonte il nostro caro, vecchio Monte Pelmo, il perno delle nostre divagazioni.

E Vittorino?
Non me lo sono dimenticato, tranquilli.

Lastioi di Formin dal Lago delle Baste

Ma voi guardatevi intorno un attimo. Beatevi del paesaggio e sedetevi a mangiare qualcosa ai piedi di uno di questi massi erratici. Magari proprio quello là in fondo, un po’ oltre il lago, sulla sinistra.

Perchè quello? Cos’ha di diverso quello da quell’altro?
Ottima domanda. Bravissimi. Non ha assolutamente nulla di diverso.

Ma un giorno del 1985 Vittorino Cazzetta lesse un articolo che descriveva gli insediamenti degli uomini del periodo mesolitico.
E si ricordò di quando, ragazzino, saliva al pascolo con la madre e raccoglieva, per gioco, ii sassi con le forme più particolari che riusciva a trovare.
E se non fossero stati sassolini? E se fossero stati manufatti primitivi?

Panorama dal Lago delle Baste (Pelmo e Mondeval)

E allora Vittorino sale al Mondeval – a piedi da Selva probabilmente – e inizia a guardarsi intorno. E nella terra smossa da una marmotta trova effettivamente tracce di manufatti di pietra.

Vabbè, una punta di freccia…
Eh, no. Altro che punta di freccia. Cazzetta contatta gli studiosi e, sotto la direzione del Professor Guerreschi di Ferrara iniziano gli scavi che portano alla luce l’uomo di Mondeval.

Ed è un ritrovamento di importanza capitale.
La presenza del corpo di quest’uomo non è, come nel più famoso caso di Ötzi, frutto di un incedente di caccia o di una battaglia.
L’uomo del Mondeval è stato volontariamente sepolto qui dai suoi compagni, dai suoi familiari.
Erano accampati qui, probabilmente la loro capanna poggiava proprio su questo masso erratico e lui, per qualche motivo, qui ci è morto.
E allora hanno scavato una fossa, vi hanno deposto il corpo ed un corredo di oggetti utili per l’aldilà.

Pelmo, Lago delle Baste e massi erratici al Mondeval

Nulla di tutto questo era scontato.
Questi massi sono tutti uguali tra loro.
Prima che Cazzetta trovasse i manufatti non si pensava che gli uomini primitivi bazzicassero quote così alte e, soprattutto, quella di Mondeval è l’unica sepoltura mesolitica (10, 12.000 anni fa) in alta quota che si conosca.
Ve l’ho detto che Vittorino aveva occhio, no?

Tornati a valle facciamo una piccolissima deviazione verso Colle Santa Lucia per mangiare il prosciutto di cervo e i canederli al Belvedere.

Dopo questa sosta ricreativa un’ultima tappa: il museo intitolato a Cazzetta a Selva di Cadore.
Il museo è piccolo ma affascinante ed affronta tutta la vasta gamma di interessi di Cazzetta. Si apre con la sezione geologica che ripercorre la formazione delle dolomiti e culmina nel calco delle orme dei dinosauri per poi passare alla sezione preistorica. È qui che si trovano i reperti trovati sull’altopiano e, in un allestimento suggestivo e rispettoso, il corpo dell’Uomo del Mondeval.

Normalmente schivo come la peste i video ilustrativi dei musei, ma in questo caso vi suggerisco di non farlo.
Sebbene con dei titoli incredibilmente anni ’90, infatti, il filmato proiettato qui ricostruisce in modo avvincente l’affascinante storia del ritrovamento di Cazzetta e degli scavi.

Val di Zoldo, Veneto

IL CAREGÓN DEL PADRETERNO E ALTRE STORIE (SECONDA PARTE)

La sveglia suona presto per iniziare il nostro secondo giorno in Val di Zoldo.
Prendendo Forno come base per i nostri spostamenti, io vi avrei suggerito di fermarvi a dormire all’Hotel Posta, dove la robusta colazione servita da Italo vi rimetterà al mondo e i suoi consigli renderanno superfluo il mio lavoro.

Appena finito di mangiare ci allacciamo gli scarponi e saliamo in macchina (se non sai perchè sto parlando di macchine clicca qui).
Anzi, prima recuperiamo un paio di panini e dell’acqua, che ne avremo bisogno.

Ci dirigiamo verso Zoldo Alto e poi ancora più su, oltre Palafavera. Qui la montagna decide di strappare di colpo e la provinciale 251 si fa ostica con quattro o cinque tornanti che con neve e ghiaccio possono essere poco amichevoli. Ma niente paura, la strada torna subito più gentile.

Passiamo un ultimo tornante. Da cui si dirama un bel sentiero pianeggiante che porta alla Malga Fontana Fredda e, volendo, permette di scendere verso Alleghe all’ombra del massiccio del Civetta. Una deviazione consigliata soprattutto in inverno dopo una nevicata, quando i percorsi più impegnativi diventano meno agevoli.

0038 - Malga Fontana Freda - Parelio

Ma oggi proseguiamo ancora qualche centinaio di metri, fino al Passo Staulanza.
Il valico, tra le pendici del Pelmo e il Monte Crot, mette in comunicazione la Zoldo e la sua valle con Selva di Cadore e la Val Fiorentina.

Lasciamo la macchina sul passo e,dando le spalle al rifugio, scavalchiamo il recinto delle mucche e ci addentriamo nel bosco. Dopo pochi passi un cartello ci aiuta ad orientarci davanti al primo bivio. Noi puntiamo a sinistra seguendo per Val d’Arcia.

Da qui in poi dobbiamo stare attenti e tenere il sentiero un po’ più a monte, che è quello che ci consentirà, più avanti, di fare un po’ meno fatica.

Lastioi di Formin e pianoro di Mondeval dai ghiaioni del Pelmo

Il nostro sentiero sale dolcemente in un paesaggio che presto si fa lunare. Sopra di noi la parete nord-ovest del Pelmo (il didietro dello schienale del trono, insomma) piomba verticale in un ghiaione morbido e brullo.
È proprio sul ghiaione che ci stiamo muovendo. Naturalmente bisogna muoversi con cautela e rispetto sia per evitare di smuovere troppo le pietre creando piccole frane spiacevoli sia perchè facendo silenzio può capitare che un camoscio o una marmotta, per nulla impauriti, facciano capolino dalle rocce sopra di noi.

I ghiaioni del Pelmo

Questo è forse il tratto meno frequentato di tutto il giro del Pelmo e c’è qualcosa di davvero sraniante nel procedere in questo ambiente ostico e straordinariamente affascinante. Le auto sulla statale poco sotto di noi, le persone, i paesi a fondo valle; tutto sembra sparire e, anche se siamo partiti da poche decine di minuti si può avere la sensazione di muoversi in un continente disabitato, in un ambiente intonso ed inadatto alla vita umana.

Ghiaione e piccolo nevaio sul Pelmo

Il sentiero che stiamo percorrendo è abbastanza facile, ma è lungo e tutto allo scoperto. Io vi consiglio di farlo di mattina abbastanza presto onde evitare che il sole a piombo lo renda un inferno, ma molto dipende dalla stagione: in autunno è possibile che i nevai che si formano nella parte più in alto rendano complicato avanzare.
In ogni caso richiede un minimo di preparazione fisica. Se siete pigri o avete dei bambini piccoli aspettateci sui prati del passo, che al ritorno ci saranno delle belle sorprese per tutti.

In poco più di un’ora si arriva all’altro capo della parete, nei pressi della Forcella Forada, su un pianoro dove un po’ di erba ispida riesce finalmente a far capolino tra le rocce. La tentazione di fermarsi qui, godendosi la vista sulla Val Fiorentina e sul Cadore è forte, ma siamo solo all’inizio…

Panorama sulla Val Fiorentina dalla Forcella Forada

Sopra di noi il ghiaione si fa ripido e il sentiero (cai 480) inizia a salire sul serio. Sopra di noi, a destra, la spalla est del Pelmo con i suoi tremila e rotti metri, a sinistra i duemila seciento e passa delle Cime di Val d’Arcia. In mezzo il paesaggio del ghiaione torna lunare. Pietroni aguzzi biancastri e, nelle conche più ombrose, nevai che sopravvivono tutto l’anno nonostante il caldo.

Ghiaioni sotto la forcella Val D'Arcia

Ripido sì, faticoso sì, ma il sentiero è tutto sommato facile, soprattutto in salita, e non ci vuole moltissimo per arrivare alla Forcella di Val d’Arcia. Non so dire perchè. Sarà l’altezza (2.476 mslm), sarà la fatica della salita, ma quando sono arrivato qui ho avuto, onestamente, un capogiro.

La Forcella mette in comunicazione il versante Nord-Ovest del Pelmo con il versante est. Alle nostre spalle i Lastioi di Formin e la Val Fiorentina. Davanti a noi il Monte Rite e più in fondo la sagoma maestosa dell’Antelao. Da qui si potrebbe scendere attraverso una sentiero attrezzato (una sorta di ferrata) sino al Rifugio Venezia e, da lì, tornare al punto di partenza completando il giro del Pelmo. Il fatto è che quando ho compiuto questo tragitto la ferrata era chiusa per una frana e non si poteva proseguire.

Allora torniamo sui nostri passi.
Per quanto io mi sia sempre lamentato della mia incapacità di andare in salita, la vera verità è che io sono lento soprattutto in discesa. Ho sempre la sensazione di mettere un piede in fallo, mi indurisco e arrivo giù con le ginocchia che fanno Giacomo Giacomo e i quadricipiti in fiamme.
Per questo a scendere dalla Forcella di Val d’Arcia alla Forcella Forada ci metto almeno quanto a salire.
Una breve sosta sul pianoro. Approfittiamone per fare qualche foto e mangiarci quei famosi panini e poi ricominciamo a scendere.

Val Fiorentina dal 480

Non per il 480 da cui siamo venuti, che sarebbe noioso, bensì, seguendo le indicazioni per il rifugio Città di Fiume, per un sentiero attrezzato facile facile ma che vi permetterà di menarvela perchè avete fatto la ferrata. All’andata sarebbe stata una vera grana, ma in discesa questa deviazione ci permette di tornare alla quota di partenza in pochi balzi.

Pochi metri dopo la fine del cavo d’acciaio si incontra il sentiero 472 che corre perfettamente piano e parallelo a quello che abbiamo fatto all’andata e che noi seguiremo per tornare al Passo Staulanza.

Appena prima del passo, salendo su una piccola collinetta erbosa, si trova l’ingresso di una galleria artificiale scavata nella roccia. In fondo due aperture permettono di osservare la strada. Da qui si vede il parcheggio dove avete lasciato la macchina. Scommettiamo, però, che da giù non riuscirete a vedere questa apertura?

Si tratta di una postazione di tiro della Grande Guerra. Nascosti nel ventre roccioso della montagna, gli Alpini potevano avvistare eventuali movimenti degli Austriaci e cannoneggiarli prima che avessero il tempo di valicare il passo per riversarsi in Zoldo.

Come la maggior parte delle fortificazioni della valle, anche questa rimase praticamente inutilizzata a causa dell’evolversi degli eventi bellici che spostarono il fronte altrove. Rimane però un documento straordinario e drammatico degli sforzi e delle sofferenze che la guerra portacon sè anche quando poui non viene combattuta.

Questo primo tuffo nel passato, di un centinaio di anni, è solo un aperitivo di quello che ci aspetta, di almeno duecento milioni di anni.

Avete ancora un po’ di energia nelle gambe?
Allora fate un fischio agli amici coi bambini che ci aspettavano giù nel pratone che si riparte!

Niente paura, stavolta sono davvero quattro passi. Si prende il sentiero che gira intorno al Pelmo, ma stavolta nella direzione opposta.
Camminiamo per meno di un’oretta nel bosco, facendo un piacevole saliscendi aiutati da passerelle di legno che aiutano a superare i tratti in cui quando piove si formano dei rigagnoli. Quando il sentiero esce per un attimo allo scoperto, un cartello ci avvisa che sopra le nostre teste si trovano le Orme dei dinosauri.

16-08-2015 - 0003 - Monti dal sentiero dei dinosauri

Un ultimo sforzo. Bisogna salire un per un cento, centocinquanta metri su un sentiero bello ripido, ma ne vale la pena.
Un enorme masso franato dalla parete del Pelmetto domina questa specie di ripida conca.
Qui attorno al ‘70 Vittorino Cazzetta, ha scoperto tre piste di orme appartenenti a tre diverse specie di dinosauri: un carnivoro dell’ordine dei coelurosauri, un ornitischio ed un grosso prosauropode erbivoro.

Sapendolo appare ovvio che quelle file di coppie di buchi nel roccione siano piste lasciate da qualche animale, ma provate a immaginare che non ci siano tutti questi cartelli esplicativi. Provate a immaginare di essere qui solo per fare un giro in montagna e ditemi, sinceramente: avreste capito di avere davanti una delle più importanti scoperte della paleontologia italiana?

No, vero? Eppure Vittorino Cazzetta l’ha capito. Cazzetta era un montanaro. Operaio di mestiere, con una licenza media conseguita sotto le armi e nessuna altra qualifica. Ma uno di quegli uomini per cui la passione vale più di mille scuole. Appassionato escursionista, fotografo, geologo e paleontologo autodidatta, Cazzetta ha avuto un ruolo fondamentale in tante delle importantissime scoperte archeologiche fatte nel secondo dopoguerra sulle Dolomiti.

Di Vittorino parleremo ancora, ma ormai voi sarete stravolti.
Tornate a Forno e concedetevi una pizza con il pastin al Camino Nero o una cena un po’ più raffinata alla Tana de l’Ors (mi ringrazierete), ma andate a letto presto, che domattina ci aspetta una nuova avventura!

NOTA: L’Hotel Posta, il Camino Nero e la Tana de l’Ors, come sempre, non mi hanno chiesto di far loro pubblicità. Però penso che sia mio dovere anche dirvi dove mangiare e dove dormire, se voglio che la vostra esperienza sia bella quanto la mia, no?
Ah, se l’Hotel Posta, il Camino Nero e la Tana de l’Ors volessero coprirmi d’oro (o almeno di marmellata, pizza e spezzatino di cervo) potrebbero farlo scrivendomi qui.

Dolomiti, Val di Zoldo, Veneto

IL CAREGÓN DEL PADRETERNO E ALTRE STORIE (PRIMA PARTE)

Ho sempre ritentuto che andare in salita non fosse un’attività dignitosa per un gentiluomo.
In più soffro l’altitudine: sopra i 1.600 mi manca l’aria, mi si abbassa la pressione e vedo nero.
Sono un uomo di pianura. L’orizzonte piatto mi dà stabilità e mi rifugio nella nebbia come altri si avvolgono nel piumone.

Nonostante gli sforzi di Nonno Motografo non sono mai diventato davvero un montanaro. Fino a un paio d’anni fa se mi avessero detto che avrei passato un’intera settimana in montagna mi sarei messo a ridere istericamente.

E allora cosa ci faccio qui a duemilaequattro, con i piedi a penzoloni nel vuoto cercando di capire se quello che vedo su quella roccia cinque metri sotto sia un segno di via o una macchia di licheni stranamente circolare?

Il fatto è che da qualche anno trascorro gran parte dei miei giorni liberi a scarpinare su e giù per i sentieri della Val Di Zoldo e ho scoperto la gioia che può dare l’ascesa verso le vette, sebbene resti convinto che gran parte dell’euforia che si prova in montagna si debba essenzialmente alla mancata ossigenazione del cervello.

Alzi la mano chi sa dove si trova la Val di Zoldo.
Ok, adesso alzi la mano chi sapeva dove fosse prima di cliccare sul link… Non mentite!

Il Maè, affluente di destra del Piave, ha un corso di poco più di 30 kilometri. La valle che scava è nota, nella parte alta, come Val di Zoldo e, più in basso, con il nome di Canale del Maè.

Dalla Tangenziale di Mestre si prende la A27 sino a Ponte nelle Alpi e da lì la statale dell’Alemagna (SS 51) fino a Longarone.

Per essere appoggiata sulle pendici delle Dolomiti, Longarone ha un aspetto ben strano, dominata com’è da strani palazzi brutalisti in nudo cemento armato annerito dalle piogge e dal tempo.
La cosa non deve stupire.
Chi, arrivando da sud, avesse buttato l’occhio verso la sponda friulana del Piave avrebbe visto, appena a sud del centro del paese, un’alta diga fare capolino da una stretta gola. Si tratta della tristemente famosa diga del Vajont, da cui nel 1963 piovve un’onda di trenta milioni di metri cubi d’acqua che cancellò quasi del tutto l’abitato di Longarone e uccise quasi 2.000 persone.

Dopo il disastro, la ricostruzione. Come sarebbe accaduto qualche anno dopo a Gibellina, non basteranno l’intervento di grandi nomi dell’architettura nè un progetto all’avanguardia per ricostruire l’anima di un paese ferito a morte.

Longarone, oltretutto, sembra scontare una maledizione legata alle dighe.
Risalendo la Canale del Maè, infatti, dopo pochi kilometri incontriamo la diga di Pontesei. Qui nel ‘59 si verificò un Vajont i miniatura: una frana fece tracimare il lago artificiale uccidendo l’operaio di guardia all’impianto.

Proseguendo lungo la Canale all’ombra dei monti del Gruppo del Bosconero si sfiorano piccole frazioni che vedono di rado il sole (ma in compenso a Mezzocanale si può mangiare da Ninetta).
Dopo una quindicina di kilometri nei pressi della località delle Boccole (sede di un leggendario all you can eat di polenta e spezzatino il cui nome preannuncia il modo in cui i clienti passeranno la notte successiva) una galleria passa sotto l’ultima propaggine occidentale del Bosconero e immette nella vera e propria Valle di Zoldo.

Spitz di Mezzodì da casa del Merino

La valle è più ariosa della Canale, ma è dominata da vette imponenti.
Il Maè lungo il suo corso lascia alla sua destra (sinistra, per noi che arriviamo dal Piave) il Civetta, la Moiazza, il gruppo Tamer-San Sebastiano e il gruppo Mezzodì-Pramper; alla sua sinistra (destra, per noi) il Monte Pelmo ed il Pelmetto, il piccolo Punta e, dove la Val Zoldana diventa Canale, il Gruppo del Bosconero.

12-08-2015 - 0007 - Civetta dal versante del Coldai

Ecco, la cima rocciosa su cui mi avete trovato all’inizio di questo racconto è il primo contrafforte (primo venendo dalle sorgent del Maè) del gruppo del Civetta.
Si chiama Cima Coldai e faticherete a trovarla sulle cartine e sulle guide perchè, con i suoi 2.403 metri slm, è poco più di uno gnomo ai piedi delle gigantesche torri del massiccio principale che superano i 3.200.

Ma come capita spesso, anche una montagna piccola regala panorami meravigliosi.

12-08-2015 - 0005 - Dove osano le cornacchie (cima del Coldai)

In particolare da qui si guarda negli occhi la parete Nord-Ovest del Civetta, leggendaria nella storia dell’alpinismo e ancora oggi teatro di nuove imprese.

12-08-2015 - 0006 - La via in discesa (lago Coldai dalla cima del Coldai)

Ma non solo. Ai nostri piedi riluce il verde Lago Coldai e poi lo sguardo spazia a 360° sui pianori della Forcella di Alleghe, sui Lastioi di Formin, sul Mondeval e sul Corvo Alto e, soprattutto, sulla mole compatta del Pelmo: il Caregón del Padreterno.

12-08-2015 - PANO 0001 -  Pelmo e le montagne oltre il Passo Staulanza

Carèga, in Veneto, significa sedia. L’etimologia è, ovviamente, la medesima del Lombardo Cadrega. Caregón, quindi, è il seggiolone, il trono del Padreterno.

Ma da qui non si capisce fino in fondo la ragione di questo buffo soprannome.

E allora è il caso di scendere. La macchia che stavo osservando prima è effettivamente uno di quelli che la guida definisce sbiaditi bolli rossi e, anche se a prima vista sembrava uno strapiombo verticale, esiste effettivamente un sentiero che in pochi minuti porta sulle rive del Lago Coldai (2.172 mslm). Da qui si scende al Rifugio Sonnino, alla Malga Pioda e poi, incrociando le piste da sci,all’attacco della funivia a Palafavera.

Ripresa la macchina si torna a valle sino a Forno di Zoldo, senza dimenticarsi di fare una sosta nella frazione di Dont per riempirsi di gelato con i frutti di bosco.

Macchina? Come sarebbe a dire macchina?!?
Avete ragione. Ed è un vero peccato.
Le strade di queste montagne offrono alcuni dei percorsi motociclistici più belli che io possa immaginare, ma io non ci sono mai venuto in moto.
Sono tanti i motivi, ma il principale è che la moto non è il mezzo ideale per muoversi quando si vogliono fare escursioni in montagna: una volta arrivati alla base del sentiero, infatti, caschi, guanti e protezioni varie rappresenterebbero un problema.

Dalla periferia di Forno si prende la provinciale 7 che porta a Zoppè di Cadore. Passata la frazione di Dozza non potete più sbagliare: si oltrepassa il torrente Ru Torto e risalendone la valle si comincia a salire su un ripido pendio dominato dalla mole aguzza del Monte Punta.
Si supera il cimitero e in pochi tornanti si giunge al paese.

Zoppè è un paese di artisti. Il più illustre è il pittore Fiorenzo Tomea, ma sono molti gli zopparini che si sono cimentati nella produzione artistica: dal pioniere della fotografia Mastro Vittorio Celo Sagui al pittore e scenografo Masi Simonetti sino all’artista del legno Merino Mattiuzzi.
C’è chi imputa questa straordinaria densità di artisti alla bellezza ispiratrice del paesaggio circostante, chi ad uno spirito emulativo che si tramanda di generazione in generazione e chi si rifugia dietro la generica espressione Genius Loci. Ma c’è anche chi ipotizza che un ruolo cruciale l’abbia giocato la pala d’altare attribuita a Tiziano che orna da sempre la chiesa di Sant’Anna ispirando gli abitantidi Zoppè.

Dopo aver reso omaggio a Tiziano proseguite e lasciate l’auto dalle parti dell’eliporto che sovrasta il paese. Incamminatevi nel bosco seguendo le indicazioni per il rifugio Talamini.
Per poco meno di un kilometro si cammina sulla strada asfaltata che porta al rifugio e da lì scende a Vodo di Cadore, ma la si lascia presto, in corrispondenza di un belvedere, per prendere la vecchia strada militare – oggi sentiero CAI 471 – che sale con ampi tornanti in un bosco di Larici.
La strada prosegue quasi dritta sotto la muraglia rocciosa del Monte Penna salendo senza grossi strappi sino a un punto panoramico impressionante.

10-08-2015 - PANO 0001 - Pelmo dal sentiero del Venezia

È da qui che si capisce davvero la ragione del soprannome del Pelmo.
La vetta (3.162 mslm) si innalza appena dalla larga cresta che unisce la spalla est (3.024) e la spalla sud (3.061). Sul versante Nord Ovest la cresta piomba a valle con una serie di ripidissime pareti rocciose appoggiate su un ghiaione lunare; a Sud la Fisura separa il Pelmo dal Pelmetto, più basso del fratello maggiore ma altrettanto massiccio mentre a Est la Forcella di Val d’Arcia lo separa dalle Crode di Forca Rossa.
Ma qui sul versante Sud Est sotto la cresta si apre un vasto circo glaciale, il Vant, che scende dapprima quasi verticale e poi con una pendenza sempre più dolce creando una sorta di gigantesca sedia che, secondo la leggenda, Dio costruì per riposarsi un attimo dopo avere creato le Dolomiti.

Nubi sul Pelmo - 2

Salire sulla sedia del Signore, come immaginerete, non è una cosa semplicissima.
La via più battuta passa per la Cengia di Ball. Di Ball non è una definizione dialettale per sottolinearne la difficoltà; si chiama così in onore dell’irlandese John Ball che per primo giunse in vetta nel 1857.

Io non sono mai salito fino in cima. Dico sempre di volerlo fare ma più vedo video come questo meno ne sono convinto…

Vale però la pena di proseguire ancora per una mezzoretta fino all’attacco della via che porta in vetta.

0020 - Salita al Rifugio Venezia - Dalla casa del Leone

Superiamo il bivio per la Malga Rutorto tenendoci a monte e presto la carrareccia militare piega a destra (diventa il 480) e si trasforma in un sentiero che attraversa dei pascoli attraversati da ruscelli e pozze di risorgiva.

Si cammina ancora pochi minuti facendo un rapido su e giù finchè, in cima a un montarozzo, compare il rifugio Alba Maria de Luca, meglio noto come Il Venezia.

0014 - Salita al Rifugio Venezia - Bivacco invernale

Dalla terrazza del rifugio si ha un colpo d’occhio impressionante sul monte Antelao, il gigante che domina la Valle del Boite.

10-08-2015 - PANO 0002 - Antelao dal Venezia

Ma a rubare la scena è il Pelmo alle nostre spalle. Siamo proprio ai piedi del trono e possiamo seguire con l’occhio e con il dito tutto il percorso della via di Ball che parte proprio a pochi metri da qui.

0013 - Salita al Rifugio Venezia - Monte Pelmo

Sono molte le scelte davanti a noi. Non volendo affrontare l’ascesa alla vetta, potremmo proseguire sul sentiero 480 e, attraverso un tratto attrezzato noto come Sentiero Flabiani, alla Forcella Val d’Arcia con il suo panorama impressionante. Oppure potremmo ritornare sui nostri passi, lasciarci a sinistra il 471 e proseguire verso il Pelmetto o verso il Punta.
Ma per oggi abbiamo già fatto abbastanza strada. E poi c’è ancora un posto che voglio farvi conoscere.

Ritornate verso Zoppè, praticamente all’eliporto. Avete notato le caprette vallesane che pascolano sulla scarpata? Le mucche grigio-alpine che guardano il tramonto sul Civetta?
Allora avrete notato anche la Malga Livan.
Qui troverete Deborah e Alessandro. Ascoltandoli parlare non potrete non essere contagiati dalla loro passione per gli animali e per la montagna. Ma soprattuto per il latte ed il formaggio.

Un post condiviso da Il Motografo (@ilmotografo) in data:

E se non basteranno le loro parole, saranno i loro taglieri a convincervi. Certe caciotte di latte crudo, certe ricotte, certi speck…

Non vi piace il formaggio? Non so perchè io perda tempo a parlare con voi, onestamente, ma c’è una soluzione anche per voi (oltre alle crostate di Deborah, intendo).
Scendete verso Forno, ma fermatevi un paio di curve prima, a Dozza.

Qui oltre alla bella chiesa gotica di San Floriano (X secolo) troverete la pasticceria Baldini con il suo strudel leggendario che concluderà degnamente la nostra (prima) giornata in Zoldo.

(CONTINUA)

Nota: Ninetta, L’Insonnia, la Gelateria Pelmo, la Malga Livan e la Gelateria Baldini non mi danno, purtroppo, un euro. Non si tratta di pubblicità interessata. Anzi, non vorrei mai trovarci troppa folla. Però datemi retta, se passate da queste parti non mancateli e mi ringrazierete.